Comunicato stampa UNIMPRESA del 25-05-2019 n. 061

May 27, 2019

Fisco: Unimpresa, gettito Iva a 164 miliardi con clausole salvaguardia
Analisi sul probabile incremento della tassa sui consumi con la prossima legge di bilancio. Il vicepresidente Pucci: “Mazzata per la ripresa economica”. Ecco a mappa di tutte le tasse pagate dai contribuenti italiani.

Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. E’ questa la previsione del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale nel 2016, gli incassi Iva si erano attestati a quota 124 miliardi e rappresentavano il 25% del gettito fiscale complessivo. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo l’analisi dell’associazione, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. Un dato in linea con quello dello scorso anno, quando il balzello sui consumi si attestò a 140,9 miliardi ed era il 27,97% dei 503,9 miliardi di incassi tributari totali. Nel biennio precedente, invece, l’Iva era a livelli più contenuti: 124,7 miliardi il gettito del 2016 su 495,1 miliardi totali (25,20%); 133,2 miliardi nel 2017 su 501,3 miliardi totali (26,58%).

Quanto al resto del gettito, è utile analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%). L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%). Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

“Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro. Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge il vicepresidente di Unimpresa.

Dott. Claudio Pucci

Debito pubblico: Unimpresa, in ultimo anno raddoppiata velocità crescita

April 8, 2019

Comunicato stampa UNIMPRESA del 24-03-2019

È raddoppia la velocità di crescita del debito pubblico nell’ultimo anno. Da gennaio 2018 a gennaio 2019, la voragine nei conti dello Stato si è allargata di 71 miliardi di euro al ritmo di quasi 6 miliardi al mese e con un incremento del 3,10%. Nei dodici mesi precedenti, invece, il debito è salito a un ritmo sostanzialmente pari alla metà ovvero di 35 miliardi annui, poco meno di 3 miliardi al mese e con un incremento, tra gennaio 2018 e gennaio 2017, dell’1,56%. Questi i dati principali di un report del Centro studi di Unimpresa secondo cui a gennaio 2019 il debito era a arrivato a quota 2.358 miliardi, 71 miliardi in più dei 2.286 miliardi di gennaio 2018 quando era cresciuto di 35 miliardi rispetto ai 2.251 miliardi di gennaio 2017. “Cresce il debito e rallenta l’economia: vuol dire che le scelte del governo di Giuseppe Conte e in parte di quello precedente guidato da Paolo Gentiloni non sono efficaci. Si spende di più a danni delle finanze pubbliche, ma i benefici non vengono trasmessi alla cosiddetta economia reale” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.
Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, il debito pubblico negli ultimi dodici mesi ha raddoppiato la sua velocità di crescita passando da un ritmo di 2,93 miliardi al mese (registrato tra gennaio 2018 e gennaio 2017) al ritmo di 5,92 miliardi al mese registrato nei 12 mesi successivi (da gennaio 2018 a gennaio 2019). Il debito pubblico era a quota 2.251,4 miliardi a gennaio 2017 ed è salito di 71,02 miliardi (+1,56%) arrivando a 2.286,9 miliardi a gennaio 2018; è poi aumentato di altri 71,02 miliardi (+3,10%) arrivando a 2.358,1 miliardi a gennaio scorso.
“L’analisi del debito ci consente di giudicare le scelte di politica economica, di capire come ci valutano gli investitori stranieri e di valutare il futuro: la sensazione è che si punti a ottenere consenso a breve termine e si stiano sacrificando misure di lungo respiro” aggiunge Pucci.

Dott. Claudio Pucci

Scontrino digitale, l’obbligo 2020 mette in crisi i piccoli esercenti: le soluzioni

March 6, 2019

Se la fatturazione elettronica ha gettato nella preoccupazione i micro imprenditori, i piccoli esercenti sentono già incombere l’obbligo di inviare gli scontrini online, previsto dal primo gennaio 2020 per tutti. La soluzione può essere un percorso di crescita digitale per questi professionisti, con l’aiuto di enti e PA.
Per il prossimo obbligo dell’invio online degli scontrini, dal primo gennaio 2020, serve un cambiamento culturale nel modo in cui gli enti di controllo trattano i piccoli esercenti. Non più tanto punirli, ma prenderli per mano e favorire la loro trasformazione digitale, anche attraverso incentivi.
Per gli esercenti che hanno ricavi superiori ai 400.000 euro, l’obbligo di inviare gli scontrini elettronicamente è già scattato dal primo luglio scorso. Per tutti gli altri, il dies irae sarà il capodanno del prossimo anno.
Questa prospettiva ha gettato nella preoccupazione i piccoli esercenti, un sentimento già provato dai micro imprenditori nei confronti della fattura elettronica. Si sentono sopraffatti dalle incombenze e dalla necessità di adeguarsi tecnologicamente, il rischio è che questi professionisti possano sparire.
L’invio online degli scontrini rappresenta un altro tassello delle misure anti-evasione predisposte dall’Agenzia delle entrate. In definitiva, come la fattura elettronica, anche lo scontrino emesso dagli esercenti non sarà più cartaceo ma correrà nel tunnel del web. Oltre ai negozianti è coinvolta anche la grande distribuzione, che però si è adeguata in anticipo avviando già il cambiamento senza particolari traumi.
Il contesto: la difficoltà ad adeguarsi alle nuove tecnologie
Il nostro Paese arranca molto nell’adeguarsi alle nuove tecnologie, ma questa non è una novità. Da molto tempo abbiamo avuto modo di verificarlo negli scambi commerciali che avvengono in rete. Gli acquisti via web, sia nell’ambito b2b ed ancor più in quello b2c, sono molto al di sotto della media di altri Paesi economicamente evoluti. Tuttavia negli ultimi anni abbiamo risalito la classifica, individuando nel web il canale da un punto di vista strategico che prevarrà nei tempi a venire. Il World Economic Forum ha creato il Digital Evolution Index ed ha analizzato i Paesi più digitali del Mondo attraverso 170 indicatori, analizzando l’evoluzione digitale in circa 60 paesi. È nata così la mappa che di seguito è riportata, che divide il mondo in quattro zone in base a diverse caratteristiche, alla diffusione delle tecnologie digitali, dei social e così via. Le 4 aree della mappa sono:
• Stand Out (paesi digitalmente avanzati),
• Stall Out (paesi con alto tasso di avanzamento digitale),
• Break Out (paesi che hanno un basso tasso di digitalizzazione ma evolvono rapidamente),
• Watch Out (paesi con basso tasso di digitalizzazione e lento sviluppo).
Alcuni Paesi rientrano in più di una zona, collocandosi al confine delle diverse zone, ad esempio come l’Italia, che si trova in una zona centrale, quasi al punto di collisione delle quattro zone. Da sottolineare, tuttavia, che l’Italia negli ultimi 5 anni ha risalito la classifica collocandosi molto al di sotto degli altri Paesi europei, ma in forte risalita.


Questa premessa ci è utile per convalidare la necessità di un forte aiuto che il nostro Paese deve dare ai cittadini e, nel caso specifico dello scontrino digitale, come in quello della fattura elettronica, il compito istituzionale degli organi preposti non è quello di “sanzionare” oppure di “ridurre le sanzioni”, richieste – seppur legittime – avanzate dai rappresentanti delle categorie economiche, ma quello di accompagnare l’esercente in un percorso virtuoso di crescita digitale.
Il supporto dell’Agenzia delle entrate e gli incentivi
In estrema sintesi, l’Agenzia delle entrate non deve pensare solo a combattere l’evasione fiscale – scopo indispensabile e nobile – ma soprattutto a far comprendere all’utente l’estrema necessità di questi strumenti, mostrando anche l’altra faccia della medaglia e cioè: aiuti finanziari per adeguarsi (non il ridicolo bando per l’aiuto alla digitalizzazione), diminuzione concreta di adempimenti superflui che, in seguito agli adempimenti digitalizzati, verranno meno. È il caso della tenuta del registro degli incassi, gli studi di settore o altri indici di redditività ed altri “pesi” sopportati oggi dai contribuenti. Questa modalità di approccio nel mondo anglosassone è chiamata compliance, termine conosciuto molto bene dall’Agenzia delle entrate per averlo sbandierato come nuova modalità di porsi nei confronti del contribuente. Obiettivamente, almeno fino ad oggi, non è riuscita nello scopo prefisso.
L’aiuto finanziario, invece, potrebbe essere molto semplice: concedere un credito di imposta di pari importo agli investimenti fatti (materiali e immateriali), immediatamente usufruibile, di modo che nulla gravi sulle tasche dell’utente. Eliminazione delle sanzioni nel caso di errori e inadempimenti, posti in essere senza intenzione di evadere le imposte, dovrebbe essere un ulteriore segnale di avvicinamento al contribuente.
Chi deve inviare online gli scontrini
Vediamo da vicino quali sono i soggetti interessati all’invio online degli scontrini. In sostanza, devono ottemperare all’obbligo tutti coloro che, avendo transazioni con l’utente finale, non sono obbligati alla emissione della fattura elettronica. Tra questi spiccano:
• negozi di vendita al dettaglio,
• grande distribuzione,
• piccoli artigiani.
È quindi il naturale completamento del ciclo attivo delle imprese che riguarda le operazioni che vengono effettuate senza emissione della fattura. La platea degli interessati quindi è vasta e rappresenta sostanzialmente due macro aree:
• quella costituita da un numero molto più elevato di utenti, che riguarda il commercio al dettaglio e similari
• quella costituita dalla grande distribuzione, più ridotta come numero di utenti ma non come transazioni attive.
In realtà l’approccio al problema per queste due categorie è stato molto diverso. La grande distribuzione già preparata da tempo e in possesso di strumenti informatici sofisticati, ha accolto la novità con approccio positivo. I piccoli, ovviamente e per quanto sopra già detto, hanno manifestato la massima preoccupazione. Il sentore è che questo ennesimo onere provochi la morte naturale di micro esercenti, categoria ormai in via di estinzione. Entrando poi nell’aspetto più tecnico del problema non deve sfuggire al nostro legislatore il fatto che l’impresa, e soprattutto quella che ha i rapporti con il consumatore finale, è travolta da adempimenti anche tra loro complementari e molte volte duplicazioni di altri: fattura elettronica, trasmissione online dei corrispettivi, esterometro, studi di settore, comunicazioni periodiche IVA, dichiarazioni annuali IVA, dichiarazioni dei redditi, bilanci.
I suggerimenti per far fronte ai disagi
Quello che ci sorprende è la mancanza di una seria programmazione che vada nel senso di una riduzione drastica degli adempimenti accorpando i dati necessari con accesso a quelli già esistenti nell’ambito digitale. Una modalità da approfondire potrebbe essere quella di prelevare una grande parte dei dati necessari per la determinazione delle imposte, dai canali bancari dove, con obbligo di aprire un conto dedicato all’impresa, sarebbe possibile identificare le entrate e le uscite della stessa. Con qualche accorgimento poi, sulla stessa piattaforma potrebbero essere ampliate le informazioni estendendole anche ai dati necessari per le liquidazioni IVA.
Lo stesso sistema bancario potrebbe averne convenienza fidelizzando la clientela con un servizio “sociale” che non si limita alla sola gestione dei soldi. Il mondo delle professioni contabili, oggi molto legato, ed anche trait-d’union indispensabile fra contribuente e amministrazione finanziaria per la parte relativa agli adempimenti fiscali, potrebbe essere ricollocato, all’interno di un ruolo riconosciuto ed esclusivo, con la certificazione obbligatoria di bilanci e dichiarazioni dei redditi.
Infine un consiglio, da parte di chi opera sul campo, all’Agenzia delle entrate, per non commettere gli errori fatti con la fatturazione elettronica. Non è possibile un’entrata in vigore dello strumento “generalizzata” che preveda a partire da una certa data miliardi di transazioni con strumenti ancora da testare al 100%. Si rischia, così come oggi avviene con la fatturazione elettronica, al blocco dei dati e ai disagi che gli utenti devono pagare di tasca. Iniziativa intelligente quindi sarebbe l’entrata in vigore a scaglioni sulla base del fattore dimensionale dell’impresa.

Dott. Claudio Pucci

 

Rapporto Unimpresa sul credito: interviene il vicepresidente Dr. Claudio Pucci

February 25, 2019

Comunicato stampa UNIMPRESA del 23-02-2019 n. 022

Banche: Unimpresa, prestiti aziende crollati di 50 miliardi in 2018
Il rapporto sul credito relativo all’ultimo anno. Calano gli impieghi al settore privato al ritmo di oltre 4 miliardi al mese. In controtendenza, salgono i mutui (+3,8 miliardi) e il credito al consumo (+7,5 miliardi). Giù le sofferenze, scese a quota 100 miliardi (-40%) con quelle nette crollate a 29 miliardi. Il vicepresidente Pucci: “Dopo il Qe di Draghi, il buio. La situazione è grave e potrebbe peggiorare con la fine delle misure straordinarie della Bce”.

Strada sbarrata per le imprese italiane in banca nel 2018: i prestiti alle aziende, nel corso dell’ultimo anno, sono calati di quasi 50 miliardi di euro (-6,60% per una discesa di 47,9 miliardi). A pesare, in particolare, sul calo è la diminuzione di 22 miliardi dei finanziamenti a breve e di 24 miliardi di quelli di lungo periodo. In discesa di 1,5 miliardi anche i prestiti alle famiglie, nonostante il credito al consumo (+7,5 miliardi) e dai mutui (+3,8 miliardi), comparti che hanno evitato il tracollo e compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (-14,1 miliardi). In totale, lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di oltre 50 miliardi, passando da 1.355 miliardi a 1.305 miliardi: in media oltre 4 miliardi al mese tagliati ad aziende e cittadini. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale negli ultimi 12 mesi, da dicembre 2017 a dicembre 2018, le rate non pagate (sofferenze) sono calate: nell’ultimo anno si è registrata una diminuzione di oltre 67 miliardi (-40,17%) da 167 miliardi a 100 miliardi. “Siamo preoccupati: dopo il quantitative easing di Mario Draghi, vediamo solo il buio. La situazione in banca, per le imprese italiane, è già grave e potrebbe peggiorare ulteriormente, da gennaio, quando termineranno le misure straordinarie di politica monetaria attuate dalla Banca centrale europea. E poi ci sono le misure fiscali inserite nella legge di bilancio dal governo, contro gli stessi istituti bancari, che possono contribuire a creare problemi al motore del credito. Più tasse ai gruppi bancari, già alle prese con le tensioni sullo spread, si traducono gioco forza in una restrizione dei finanziamenti” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo il rapporto dell’associazione, basato su dati della Banca d’Italia, il totale dei prestiti al settore privato è calato nell’arco dell’ultimo anno, da dicembre 2017 a dicembre 2018, di 50,6 miliardi (-3,73%) passando dai 1.355,9 miliardi di dicembre 2017 ai 1.305,3 miliardi di dicembre 2018. Nel dettaglio, è calato di 47,9 miliardi (-6,60%) lo stock di finanziamenti alle imprese passati da 726,6 miliardi a 678,6 miliardi: in particolare, sono calati di 22,8 miliardi (-9,52%) da 239,9 miliardi a 217,08
miliardi i crediti a breve termine (fino a 1 anno); giù di 24,6 miliardi (-7,62%) i prestiti di lunga durata (oltre 5 anni) scesi da 323,3 miliardi a 298,7 miliardi; sono invece rimasti stabili con un calo lieve di 515 milioni (-0,32%) i finanziamenti di medio periodo (fino a 5 anni) passati da 163,6 miliardi a 162,7 miliardi. Risultano complessivamente in leggero calo di 2,6 miliardi (-0,42%) i prestiti alle famiglie, passati da 629,3 miliardi a 626,6 miliardi: in particolare, è salito di 7,5 miliardi (+7,98%) il credito al consumo (denaro concesso per acquistare elettrodomestici, automobili, televisori e smartphone) passato da 94,9 miliardi a 102,5 miliardi; in aumento anche i mutui di 3,8 miliardi (+1,04%), saliti da 375,3 miliardi a 379,2 miliardi; in pesante calo, invece, i prestiti personali, scesi di 14,1 miliardi (-8,87%) da 158,9 miliardi a 144,8 miliardi.

Per quanto riguarda i prestiti non rimborsati, si registra un rilevante calo delle sofferenze lorde, diminuite in totale di 67,2 miliardi (-40,17%) dai 167,4 miliardi di dicembre 2017 ai 100,1 miliardi di dicembre 2018. Il rapporto tra sofferenze lorde e prestiti è passato dal 12,35% al 7,68%. Sono calate di 49,6 miliardi (-42,45%) le rate non pagate dalle aziende, scese da 117,05 miliardi a 67,3 miliardi; in diminuzione di 10,8 miliardi (-32,74%) anche i crediti deteriorati riconducibili alle famiglie, passati da 33,2 miliardi a 22,3 miliardi e continuano a calare anche quelli legati alle imprese familiari, scesi da 13,7 miliardi a 8,2 miliardi, in contrazione di 5,3 miliardi (-40,24%); risultano in diminuzione di oltre 1 miliardo (-33,90%) anche le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni, dei fondi e delle onlus, passate da 3,3 miliardi a 2,2 miliardi. Il totale delle sofferenze nette, ovvero quelle non coperte direttamente da garanzie, è diminuito di 34,5 miliardi (-53,89%) da 64,08 miliardi a 29,5 miliardi. Il rapporto tra sofferenze nette e prestiti è passato dal 4,73% al 2,26%.

 


 

 

Newsletter n. 1 anno 2019 | Studio Pucci: la storia, la raccolta di poesie di Luigi Pucci

February 4, 2019

Newsletter n. 1 del 2019 | Studio Pucci: la storia

Chiaroscuri: raccolta di poesie di Luigi Pucci

 

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