Human resources, lavoro agile e smart working, cosa è cambiato con la pandemia

June 6, 2021

E’ passato ormai più di un anno da quando il Covid è entrato nella nostra quotidianità, stravolgendo le nostre abitudini e i nostri rapporti sociali, tra cui il mondo del lavoro, da sempre soggetto alle evoluzioni della nostra società; ed in questo senso la pandemia di cambiamenti ne ha portati molti: i lockdown, le chiusure e le restrizioni sociali, effetti che imprese e aziende tutte hanno dovuto affrontare, in un nuovo regime di organizzazione che rispondesse a questa inaspettata necessità. E’ così che è entrato nel gergo comune il termine SMART WORKING.

Fino a marzo 2020, il lavoro agile era visto come una forma flessibile di organizzazione rispetto all’attività lavorativa, sebbene essa fosse riconosciuta dal nostro ordinamento fin dal giugno 1998 con la legge n°1911 del 16 giugno.

Perché ha avuto una così importante eco mediatica dunque se già esistente? Perché in Italia a marzo 2020 i lavoratori da remoto si aggiravano intorno ai 600 mila, cifra che dopo l’attuazione del primo lockdown  ha subito un’impennata salendo a 7 milioni e mezzo. Sebbene ad essere precisi ci si riferisca in questo senso ad un ibrido tra Smart Working e telelavoro che ancora non ha trovato la sua collocazione dottrinale dal punto di vista giuridico.

Molto sociologi del lavoro  hanno evidenziato come la pandemia abbia portato un cambiamento culturale di impatto assai rilevante nel modo in cui ognuno di noi concepisce il proprio impiego; si prevedeva infatti che questa crescita sarebbe avvenuta in un arco decisamente più lento rispetto a quanto in realtà avvenuto.

Questa situazione ha portato dal punto di vista giuslavoristico a numerose intese siglate tra aziende e sindacati nel periodo tra marzo e dicembre 2020. Suddetti incontri tra le due parti hanno riportato molti punti di discussione, due tra i quali l’ambito della sicurezza nei luoghi di lavoro e una nuova veste d’importanza per lo smart working.

Per quanto riguarda il primo punto, possiamo affermare che come dato generale esso ha riguardato ben il 53% delle intese stipulate, si è parlato delle misure relative al contenimento della diffusione del virus anche attraverso il nuovo ruolo dei responsabili della sicurezza nelle aziende maggiormente coinvolti nei processi paritetici di innovazione e miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività ma con un occhio al miglioramento della qualità della vita e del lavoro.

Ecco che a questo proposito si inserisce il secondo punto che ha interessato gli accordi siglati nell’ultimo periodo per un buon 44%, andando a toccare quell’elemento dell’organizzazione aziendale noto appunto come lavoro da remoto, smart working o lavoro agile. Con tale argomento si entra in quella branca del diritto del lavoro che riguarda le relazioni industriali, che in questo caso ha portato sindacati e imprese ad una contrattazione attiva e feconda per difendere il diritto alla salute e il diritto al lavoro.

Alla luce di questi due risultati ottenuti possiamo affermare che nell’anno corrente la contrattazione ha svolto il suo compito egregiamente cercano di portare entrambe le parti, gli imprenditori, per quanto riguarda la paura di non riuscire a superare le difficoltà economiche ed il lavoratore, per la paura del contagio, ad ottenere entrambi dei benefici dall’attuazione dai piani di smart working, riuscendo a non fermare il business aziendale e quindi trovarsi a dover alzare bandiera bianca.

Se proprio si deve essere critici potremmo asserire che questo modo di agire non è stato propriamente lungimirante, poiché ha portato a salvare la situazione nell’immediato senza una visione ad un futuro in ancora aperta pandemia in balia di cambiamenti che ne deriveranno. Questo perché nessuno ha idea di che mondo avremmo di fronte a fine di questo periodo storico. Se davvero il lavoro agile sarà la modalità del futuro, allora le contrattazioni dovranno cominciare a prevedere dei nuovi modelli organizzativi che impatteranno su tutta la struttura aziendale dalla formazione del personale, esigenza figlia del nuovo modo di concepire le competenze adatte a cavalcare l’onda dell’era digitale, finanche ad una nuova struttura riguardante la retribuzione ed il sistema premiante. E’ sicuramente una situazione che ci impone un andamento alla cieca almeno nel breve e medio periodo, ma potremmo superarlo solo rinnovando il valore del concetto di flessibilità, come nuova chiave di volta per il futuro.

Chiave di volta che non si esaurisce certo con la sola introduzione del lavoro agile in ogni contesto aziendale o di ufficio, infatti, se preso singolarmente esso non è altro che mastice su di una crepa da riparare. Dobbiamo dunque ripartire da uno spirito aperto alle nuove esigenze in senso più ampio e previdente.

A cura di Dr. Claudio Pucci e Avv.to Elisa Balsamo

Il rientro in Italia delle aziende italiane all’estero

August 31, 2020

Prendiamo spunto da un dibattito che ha subito una accelerazione negli ultimi tempi e di cui troviamo conferma anche su pubblicazioni recenti della stampa specializzata per fare alcune riflessioni che riguardano da vicino il mondo delle imprese.

Uno degli effetti del Covid19 sarà il ritorno a casa di tante imprese italiane all’estero.

Infatti, secondo uno studio di alcune università italiane sull’impatto al tempo del Covid-19 (cit. sole 24 ore 9.8.2020), sono già 175 le aziende che hanno deciso di rimpatriare.

E il ritmo aumenta in modo costante in tutto il mondo.

Questo si colloca nel più generale fenomeno che i sociologi hanno coniato con il termine “re-imagination”, che consiste nel nuovo modo di rapportarsi tra persone e cose. Quindi scambi commerciali meno internazionali, smart working più diffuso, viaggi di lavoro all’estero sempre più diradati.

Il Covid-19 ha imposto quindi un nuovo impatto anche sugli scambi economici e sul modo di fare business. Viene data sempre più priorità alla salute a scapito degli affari e quindi le procedure di vita si devono adeguare di conseguenza.

L’emergenza sanitaria ha quindi accelerato di brutto un percorso che ormai era già in atto da tempo, quando abbiamo iniziato a pensare che la globalizzazione forse non era la panacea che ci aspettavamo.

E’ inevitabile quindi attendersi un massiccio rimpatrio delle imprese italiane, una tendenza che ora è accelerata dal Covid, e che ha un impatto su tutti i paesi del mondo.

Come giustamente viene citato nel redazionale che abbiamo richiamato è “difficile prevedere se la globalizzazione sia definitivamente superata o, piuttosto, sia in corso una riattualizzazione”. La citazione è indirizzata a Joseph Stiglitz, Nobel per l’Economia, che da anni ha previsto la fine del processo di globalizzazione scrivendolo nel suo libro “La globalizzazione e i suoi oppositori”.

In definitiva con la pandemia è sempre più chiara la tendenza delle imprese a ritornare nel paese Italia. Certamente oltre ai riflessi negativi sanitari influiscono gli aumenti dei costi già in atto ma accelerati dalla pandemia. Basti pensare alla difficoltà avuta nel periodo di lockdown ad approvvigionarsi la materia prima e le merci da paesi che erano diventati strategici per questo.

Sempre nello stesso redazionale del Sole 24 ore viene fatto riferimento al rapporto «il Reshoring manifatturiero ai tempi del Covid-19, trend e scenari per il sistema economico italiano», elaborato da un pool di studiosi di diverse università Italiane, dove viene spiegato in termini crudi che: «Il Covid-19 sta avendo e avrà effetti sulle scelte localizzative delle attività produttive e di gestione delle forniture. Nel breve periodo (entro un anno) si sono già registrati casi di rilocalizzazioni nel Paese di origine dovuti all’impossibilità di utilizzare la propria capacità produttiva disponibile in Cina o di acquistare da fornitori cinesi». E allo stesso tempo si valuta la possibilità di «cogliere opportunità di mercato per prodotti ad alto valore aggiunto precedentemente posti fuori mercato dalla concorrenza dei Paesi low cost».

Ecco quindi come questa situazione viene indicata dagli studiosi che hanno steso questo rapporto come una opportunità unica per il nostro Paese, che dovrebbe “cercare di cogliere con politiche volte a favorire il rientro di alcune attività produttive e accogliere quelle di altri Paesi che decidono di ricollocarsi”.

Le decisioni del nostro governo oggi più che mai diventano importanti per GESTIRE questo processo, che non sarà certamente brevissimo, ma non deve trovarci impreparati. Negli ultimi provvedimenti approvati da governo,  purtroppo non troviamo niente di interessante né in un senso (protezione della internazionalizzazione) né in altro (gestione controllata del “reshoring”), né tanto meno provvedimenti destinati ad accogliere altri paesi che intendono ricollocarsi.

L’evidenza più eclatante di questo è l’attuale difficoltà a gestire il flusso delle persone (imprese) da un paese all’altro. Né tanto meno un aiuto tangibile viene dalle decisioni della Comunità Europea.

Siamo tutti in attesa di qualcosa che non sappiamo se verrà e quando verrà (vaccino) e nel contempo il rallentamento del moltiplicatore del commercio internazionale è evidente. Come giustamente si evidenza nel redazionale citato “per ogni punto percentuale di crescita del Pil si registravano 2 punti percentuali di crescita del commercio internazionale, ma dal 2008 il rapporto si è stabilizzato (con coefficiente di elasticità pari a 1).

Eppure anche da parte UE si considera il “reshoring” come una possibilità per la risalita del Pil europeo. Non è certamente facile per la Comunità Europea elaborare strategie del genere quando non esiste ancora una politica di armonizzazione delle agevolazioni ma soprattutto del carico fiscale fra i diversi paesi. In questo panorama il nostro paese non è certamente agevolato in quanto l’incidenza dei costi, del carico fiscale e della burocrazia non incoraggia certo il rientro delle imprese che tutt’oggi, continuano a vedere (soprattutto le piccole imprese) la delocalizzazione in alcuni paesi esteri come la loro unica possibilità di sopravvivenza.

Male non sarebbe in questa visione strategica vedere un rientro dei poteri decisionali esclusivamente a livello centralizzato, venendo meno è vero, la lungimiranza di alcune regioni del nostro paese che però vanno a scapito di una visione “nazionale” delle strategie da mettere in campo.

Volenti o nolenti si ritorna sempre ai soliti problemi: pressione fiscale più bassa, eliminazione della burocrazia (almeno quella in eccesso) un sistema giudiziario efficiente.

Essere presi in questo periodo dalle normative di “emergenza” è cosa normale e certamente necessaria. Ma bisogna pur pensare anche alle strategie future al cui finanziamento sono destinati anche gli aiuti comunitari che pare siano ormai definiti. Sprecare in provvedimenti “a pioggia” queste risorse sarebbe l’ennesimo fallimento del nostro paese.

 

 

 

Europa alla prova del nove per non sgretolare il sogno di Altiero Spinelli

March 23, 2020

Tutto ci saremmo aspettati in questo mondo “mutevole” ma non certamente una “pandemia” così penetrante.

Sarà questione di mesi ma un vaccino verrà realizzato contro il coronavirus. Trovare un vaccino per la distruzione dell’economia sarà invece molto più difficile. Per essere precisi, con questo non voglio assolutamente sottovalutare la gravità di questa malattia e il pianto di tante persone che si sta portando dietro, ma semplicemente che il “dopo virus” non sarà meno violento.

Di tutto questo c’è una sola responsabilità ed è quella dell’uomo ma, molte volte esistono dei fenomeni che sono resistenti anche alle prese di posizione più forti. La globalizzazione, i grandi fenomeni migratori, la massimizzazione dei profitti, la distruzione degli ambienti naturali, hanno così fortemente permeato il nostro modo di vivere, che siamo stati costretti ad adeguarci ed essere stritolati dall’ingranaggio.

Tutto ciò ha reso vulnerabile il sistema e basta semplicemente (si fa per dire) l’aggressione di un virus che l’intera umanità viene messa a dura prova.

E pensare che proprio per essere più forti abbiamo assistito negli anni dal dopoguerra ad oggi ad aggregazioni non soltanto politiche ma anche geografiche. Ed è qui il primo grande campanello di allarme che ha messo alla prova le incertezze delle leaderships, le fragilità di governance. Ci riferiamo , è ovvio, all’unione Europea, agli sbandamenti della presidente von der Leyen, alla precipitosa marcia indietro di Christine Lagarde e i provvedimenti mirati poi presi dalla Bce.

Le decisioni dell’Eurogruppo hanno parzialmente riequilibrato la confusione, indicando la giusta direzione di condividere i provvedimenti di sostegno al reddito, il flusso di liquidità, il supporto agli investimenti, l’attenuazione di vincoli e scadenze regolamentari.

L’Europa è all’interno di una sfida “epocale”. Cercando di essere molto pragmatici le strade di uscita dal “dopo virus” non potranno che essere alternative:

  • L’Europa si faccia portatrice di flussi di liquidità senza precedenti e soprattutto senza vincoli né condizioni;

oppure

  • Si frammenterà il “sogno Europeo” e ogni paese andrà alla ricostruzione dopo la catastrofe.

In fin dei conti è una vera e propria guerra.

Claudio Pucci

 

Questo articolo è stato ripreso da Start Magazine.

 

Novità fiscali 2020 – Newsletter

December 18, 2019

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Comunicato stampa UNIMPRESA del 25-05-2019 n. 061

May 27, 2019

Fisco: Unimpresa, gettito Iva a 164 miliardi con clausole salvaguardia
Analisi sul probabile incremento della tassa sui consumi con la prossima legge di bilancio. Il vicepresidente Pucci: “Mazzata per la ripresa economica”. Ecco a mappa di tutte le tasse pagate dai contribuenti italiani.

Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. E’ questa la previsione del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale nel 2016, gli incassi Iva si erano attestati a quota 124 miliardi e rappresentavano il 25% del gettito fiscale complessivo. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo l’analisi dell’associazione, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. Un dato in linea con quello dello scorso anno, quando il balzello sui consumi si attestò a 140,9 miliardi ed era il 27,97% dei 503,9 miliardi di incassi tributari totali. Nel biennio precedente, invece, l’Iva era a livelli più contenuti: 124,7 miliardi il gettito del 2016 su 495,1 miliardi totali (25,20%); 133,2 miliardi nel 2017 su 501,3 miliardi totali (26,58%).

Quanto al resto del gettito, è utile analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%). L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%). Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

“Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro. Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge il vicepresidente di Unimpresa.

Dott. Claudio Pucci

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