Europa alla prova del nove per non sgretolare il sogno di Altiero Spinelli

marzo 23, 2020

Tutto ci saremmo aspettati in questo mondo “mutevole” ma non certamente una “pandemia” così penetrante.

Sarà questione di mesi ma un vaccino verrà realizzato contro il coronavirus. Trovare un vaccino per la distruzione dell’economia sarà invece molto più difficile. Per essere precisi, con questo non voglio assolutamente sottovalutare la gravità di questa malattia e il pianto di tante persone che si sta portando dietro, ma semplicemente che il “dopo virus” non sarà meno violento.

Di tutto questo c’è una sola responsabilità ed è quella dell’uomo ma, molte volte esistono dei fenomeni che sono resistenti anche alle prese di posizione più forti. La globalizzazione, i grandi fenomeni migratori, la massimizzazione dei profitti, la distruzione degli ambienti naturali, hanno così fortemente permeato il nostro modo di vivere, che siamo stati costretti ad adeguarci ed essere stritolati dall’ingranaggio.

Tutto ciò ha reso vulnerabile il sistema e basta semplicemente (si fa per dire) l’aggressione di un virus che l’intera umanità viene messa a dura prova.

E pensare che proprio per essere più forti abbiamo assistito negli anni dal dopoguerra ad oggi ad aggregazioni non soltanto politiche ma anche geografiche. Ed è qui il primo grande campanello di allarme che ha messo alla prova le incertezze delle leaderships, le fragilità di governance. Ci riferiamo , è ovvio, all’unione Europea, agli sbandamenti della presidente von der Leyen, alla precipitosa marcia indietro di Christine Lagarde e i provvedimenti mirati poi presi dalla Bce.

Le decisioni dell’Eurogruppo hanno parzialmente riequilibrato la confusione, indicando la giusta direzione di condividere i provvedimenti di sostegno al reddito, il flusso di liquidità, il supporto agli investimenti, l’attenuazione di vincoli e scadenze regolamentari.

L’Europa è all’interno di una sfida “epocale”. Cercando di essere molto pragmatici le strade di uscita dal “dopo virus” non potranno che essere alternative:

  • L’Europa si faccia portatrice di flussi di liquidità senza precedenti e soprattutto senza vincoli né condizioni;

oppure

  • Si frammenterà il “sogno Europeo” e ogni paese andrà alla ricostruzione dopo la catastrofe.

In fin dei conti è una vera e propria guerra.

Claudio Pucci

 

Questo articolo è stato ripreso da Start Magazine.

 

Novità fiscali 2020 – Newsletter

dicembre 18, 2019

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Comunicato stampa UNIMPRESA del 25-05-2019 n. 061

maggio 27, 2019

Fisco: Unimpresa, gettito Iva a 164 miliardi con clausole salvaguardia
Analisi sul probabile incremento della tassa sui consumi con la prossima legge di bilancio. Il vicepresidente Pucci: “Mazzata per la ripresa economica”. Ecco a mappa di tutte le tasse pagate dai contribuenti italiani.

Se scatteranno le clausole di salvaguardia, l’Iva, con aliquota principale dal 22% al 25%, sarà sempre di più la regina delle tasse italiane. Si passerà dai 140 miliardi di euro previsti per il 2019 agli oltre 164 miliardi del 2020. Il balzello sui consumi salirà quindi dal 27% al 30% del totale del gettito tributario dello Stato. E’ questa la previsione del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale nel 2016, gli incassi Iva si erano attestati a quota 124 miliardi e rappresentavano il 25% del gettito fiscale complessivo. “Le clausole di salvaguardia corrono il rischio di rappresentare il colpo di grazia per l’economia italiana: l’incremento delle aliquote avrebbe inevitabili effetti sui prezzi finali di prodotti e servizi, con i consumi destinati a fiaccarsi sensibilmente” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo l’analisi dell’associazione, basata sull’ultimo Documento di economia e finanza, il gettito Iva si potrebbe attestare a 164,1 miliardi nel 2020, qualora il governo non riuscisse a trovare coperture finanziarie sufficienti a sterilizzare le clausole di salvaguardia, con l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto destinata a salire dall’attuale 22% al 25,2%. Con l’incremento delle aliquote, l’Iva arriverebbe a rappresentare il 30,64% del gettito complessivo del 2020, paria 535,2 miliardi. Una vera e propria impennata rispetto a quest’anno: l’Iva dovrebbe arrivare a 140,1 miliardi pari al 27,62% del gettito totale, pari a 506,8 miliardi. Un dato in linea con quello dello scorso anno, quando il balzello sui consumi si attestò a 140,9 miliardi ed era il 27,97% dei 503,9 miliardi di incassi tributari totali. Nel biennio precedente, invece, l’Iva era a livelli più contenuti: 124,7 miliardi il gettito del 2016 su 495,1 miliardi totali (25,20%); 133,2 miliardi nel 2017 su 501,3 miliardi totali (26,58%).

Quanto al resto del gettito, è utile analizzare una sorta di mappa di tutte le principali tasse pagate dai contribuenti italiani. In totale, il gettito tributario complessivo è stato 495,1 miliardi nel 2016, 501,3 miliardi nel 2017 e 503,9 miliardi nel 2018. Il balzello che garantisce il “gruzzoletto” più alto è l’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), con 181,7 miliardi di euro nel 2016 (36,72% del totale delle entrate tributarie), 183,8 miliardi nel 2017 (36,67%) e 194,3 miliardi nel 2018 (38,56%). L’Ires (imposta sul reddito delle società) vale 37,1 miliardi nel 2016 (7,49%), 36,9 miliardi nel 2017 (7,36%) e 35,4 miliardi nel 2018 (7,03%). Le ritenute su redditi da capitale e dividendi hanno garantito alle casse dello Stato 10,1 miliardi nel 2016 (2.05%), 9,6 miliardi nel 2017 (1,93%) e 9,5 miliardi nel 2018 (1,89%). Le accise (principalmente prelievi che pesano su prodotti petroliferi, come la benzina) hanno generato incassi per 34,1 miliardi nel 2016 (6,88%), 34,1 miliardi nel 2017 (6,82%) e 33,8 miliardi nel 2018 (6,71%). Dal prelievo sui tabacchi, lo Stato si è assicurato 10,7 miliardi nel 2016 (2,18%), 10,5 miliardi nel 2017 (2,11%) e 10,5 miliardi nel 2018 (2,10%). La tassa sulla speranza (giochi e lotto) si è attestata a 13,8 miliardi nel 2016 (2,80%), 13,5 miliardi nel 2017 (2,70%) e 13,9 miliardi nel 2018 (2,77%).

“Spostare il carico fiscale sui consumi può avere un senso se contemporaneamente si dà potere di acquisto soprattutto ai cittadini, intervenendo con riduzioni del prelievo sui redditi da lavoro. Lasciar salire l’Iva senza tagli all’Irpef è pericolosissimo: al momento non sembrano esserci alternative, considerando sia il quadro dei conti pubblici sia la congiuntura poco favorevole” aggiunge il vicepresidente di Unimpresa.

Dott. Claudio Pucci

Debito pubblico: Unimpresa, in ultimo anno raddoppiata velocità crescita

aprile 8, 2019

Comunicato stampa UNIMPRESA del 24-03-2019

È raddoppia la velocità di crescita del debito pubblico nell’ultimo anno. Da gennaio 2018 a gennaio 2019, la voragine nei conti dello Stato si è allargata di 71 miliardi di euro al ritmo di quasi 6 miliardi al mese e con un incremento del 3,10%. Nei dodici mesi precedenti, invece, il debito è salito a un ritmo sostanzialmente pari alla metà ovvero di 35 miliardi annui, poco meno di 3 miliardi al mese e con un incremento, tra gennaio 2018 e gennaio 2017, dell’1,56%. Questi i dati principali di un report del Centro studi di Unimpresa secondo cui a gennaio 2019 il debito era a arrivato a quota 2.358 miliardi, 71 miliardi in più dei 2.286 miliardi di gennaio 2018 quando era cresciuto di 35 miliardi rispetto ai 2.251 miliardi di gennaio 2017. “Cresce il debito e rallenta l’economia: vuol dire che le scelte del governo di Giuseppe Conte e in parte di quello precedente guidato da Paolo Gentiloni non sono efficaci. Si spende di più a danni delle finanze pubbliche, ma i benefici non vengono trasmessi alla cosiddetta economia reale” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.
Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, il debito pubblico negli ultimi dodici mesi ha raddoppiato la sua velocità di crescita passando da un ritmo di 2,93 miliardi al mese (registrato tra gennaio 2018 e gennaio 2017) al ritmo di 5,92 miliardi al mese registrato nei 12 mesi successivi (da gennaio 2018 a gennaio 2019). Il debito pubblico era a quota 2.251,4 miliardi a gennaio 2017 ed è salito di 71,02 miliardi (+1,56%) arrivando a 2.286,9 miliardi a gennaio 2018; è poi aumentato di altri 71,02 miliardi (+3,10%) arrivando a 2.358,1 miliardi a gennaio scorso.
“L’analisi del debito ci consente di giudicare le scelte di politica economica, di capire come ci valutano gli investitori stranieri e di valutare il futuro: la sensazione è che si punti a ottenere consenso a breve termine e si stiano sacrificando misure di lungo respiro” aggiunge Pucci.

Dott. Claudio Pucci

Scontrino digitale, l’obbligo 2020 mette in crisi i piccoli esercenti: le soluzioni

marzo 6, 2019

Se la fatturazione elettronica ha gettato nella preoccupazione i micro imprenditori, i piccoli esercenti sentono già incombere l’obbligo di inviare gli scontrini online, previsto dal primo gennaio 2020 per tutti. La soluzione può essere un percorso di crescita digitale per questi professionisti, con l’aiuto di enti e PA.
Per il prossimo obbligo dell’invio online degli scontrini, dal primo gennaio 2020, serve un cambiamento culturale nel modo in cui gli enti di controllo trattano i piccoli esercenti. Non più tanto punirli, ma prenderli per mano e favorire la loro trasformazione digitale, anche attraverso incentivi.
Per gli esercenti che hanno ricavi superiori ai 400.000 euro, l’obbligo di inviare gli scontrini elettronicamente è già scattato dal primo luglio scorso. Per tutti gli altri, il dies irae sarà il capodanno del prossimo anno.
Questa prospettiva ha gettato nella preoccupazione i piccoli esercenti, un sentimento già provato dai micro imprenditori nei confronti della fattura elettronica. Si sentono sopraffatti dalle incombenze e dalla necessità di adeguarsi tecnologicamente, il rischio è che questi professionisti possano sparire.
L’invio online degli scontrini rappresenta un altro tassello delle misure anti-evasione predisposte dall’Agenzia delle entrate. In definitiva, come la fattura elettronica, anche lo scontrino emesso dagli esercenti non sarà più cartaceo ma correrà nel tunnel del web. Oltre ai negozianti è coinvolta anche la grande distribuzione, che però si è adeguata in anticipo avviando già il cambiamento senza particolari traumi.
Il contesto: la difficoltà ad adeguarsi alle nuove tecnologie
Il nostro Paese arranca molto nell’adeguarsi alle nuove tecnologie, ma questa non è una novità. Da molto tempo abbiamo avuto modo di verificarlo negli scambi commerciali che avvengono in rete. Gli acquisti via web, sia nell’ambito b2b ed ancor più in quello b2c, sono molto al di sotto della media di altri Paesi economicamente evoluti. Tuttavia negli ultimi anni abbiamo risalito la classifica, individuando nel web il canale da un punto di vista strategico che prevarrà nei tempi a venire. Il World Economic Forum ha creato il Digital Evolution Index ed ha analizzato i Paesi più digitali del Mondo attraverso 170 indicatori, analizzando l’evoluzione digitale in circa 60 paesi. È nata così la mappa che di seguito è riportata, che divide il mondo in quattro zone in base a diverse caratteristiche, alla diffusione delle tecnologie digitali, dei social e così via. Le 4 aree della mappa sono:
• Stand Out (paesi digitalmente avanzati),
• Stall Out (paesi con alto tasso di avanzamento digitale),
• Break Out (paesi che hanno un basso tasso di digitalizzazione ma evolvono rapidamente),
• Watch Out (paesi con basso tasso di digitalizzazione e lento sviluppo).
Alcuni Paesi rientrano in più di una zona, collocandosi al confine delle diverse zone, ad esempio come l’Italia, che si trova in una zona centrale, quasi al punto di collisione delle quattro zone. Da sottolineare, tuttavia, che l’Italia negli ultimi 5 anni ha risalito la classifica collocandosi molto al di sotto degli altri Paesi europei, ma in forte risalita.


Questa premessa ci è utile per convalidare la necessità di un forte aiuto che il nostro Paese deve dare ai cittadini e, nel caso specifico dello scontrino digitale, come in quello della fattura elettronica, il compito istituzionale degli organi preposti non è quello di “sanzionare” oppure di “ridurre le sanzioni”, richieste – seppur legittime – avanzate dai rappresentanti delle categorie economiche, ma quello di accompagnare l’esercente in un percorso virtuoso di crescita digitale.
Il supporto dell’Agenzia delle entrate e gli incentivi
In estrema sintesi, l’Agenzia delle entrate non deve pensare solo a combattere l’evasione fiscale – scopo indispensabile e nobile – ma soprattutto a far comprendere all’utente l’estrema necessità di questi strumenti, mostrando anche l’altra faccia della medaglia e cioè: aiuti finanziari per adeguarsi (non il ridicolo bando per l’aiuto alla digitalizzazione), diminuzione concreta di adempimenti superflui che, in seguito agli adempimenti digitalizzati, verranno meno. È il caso della tenuta del registro degli incassi, gli studi di settore o altri indici di redditività ed altri “pesi” sopportati oggi dai contribuenti. Questa modalità di approccio nel mondo anglosassone è chiamata compliance, termine conosciuto molto bene dall’Agenzia delle entrate per averlo sbandierato come nuova modalità di porsi nei confronti del contribuente. Obiettivamente, almeno fino ad oggi, non è riuscita nello scopo prefisso.
L’aiuto finanziario, invece, potrebbe essere molto semplice: concedere un credito di imposta di pari importo agli investimenti fatti (materiali e immateriali), immediatamente usufruibile, di modo che nulla gravi sulle tasche dell’utente. Eliminazione delle sanzioni nel caso di errori e inadempimenti, posti in essere senza intenzione di evadere le imposte, dovrebbe essere un ulteriore segnale di avvicinamento al contribuente.
Chi deve inviare online gli scontrini
Vediamo da vicino quali sono i soggetti interessati all’invio online degli scontrini. In sostanza, devono ottemperare all’obbligo tutti coloro che, avendo transazioni con l’utente finale, non sono obbligati alla emissione della fattura elettronica. Tra questi spiccano:
• negozi di vendita al dettaglio,
• grande distribuzione,
• piccoli artigiani.
È quindi il naturale completamento del ciclo attivo delle imprese che riguarda le operazioni che vengono effettuate senza emissione della fattura. La platea degli interessati quindi è vasta e rappresenta sostanzialmente due macro aree:
• quella costituita da un numero molto più elevato di utenti, che riguarda il commercio al dettaglio e similari
• quella costituita dalla grande distribuzione, più ridotta come numero di utenti ma non come transazioni attive.
In realtà l’approccio al problema per queste due categorie è stato molto diverso. La grande distribuzione già preparata da tempo e in possesso di strumenti informatici sofisticati, ha accolto la novità con approccio positivo. I piccoli, ovviamente e per quanto sopra già detto, hanno manifestato la massima preoccupazione. Il sentore è che questo ennesimo onere provochi la morte naturale di micro esercenti, categoria ormai in via di estinzione. Entrando poi nell’aspetto più tecnico del problema non deve sfuggire al nostro legislatore il fatto che l’impresa, e soprattutto quella che ha i rapporti con il consumatore finale, è travolta da adempimenti anche tra loro complementari e molte volte duplicazioni di altri: fattura elettronica, trasmissione online dei corrispettivi, esterometro, studi di settore, comunicazioni periodiche IVA, dichiarazioni annuali IVA, dichiarazioni dei redditi, bilanci.
I suggerimenti per far fronte ai disagi
Quello che ci sorprende è la mancanza di una seria programmazione che vada nel senso di una riduzione drastica degli adempimenti accorpando i dati necessari con accesso a quelli già esistenti nell’ambito digitale. Una modalità da approfondire potrebbe essere quella di prelevare una grande parte dei dati necessari per la determinazione delle imposte, dai canali bancari dove, con obbligo di aprire un conto dedicato all’impresa, sarebbe possibile identificare le entrate e le uscite della stessa. Con qualche accorgimento poi, sulla stessa piattaforma potrebbero essere ampliate le informazioni estendendole anche ai dati necessari per le liquidazioni IVA.
Lo stesso sistema bancario potrebbe averne convenienza fidelizzando la clientela con un servizio “sociale” che non si limita alla sola gestione dei soldi. Il mondo delle professioni contabili, oggi molto legato, ed anche trait-d’union indispensabile fra contribuente e amministrazione finanziaria per la parte relativa agli adempimenti fiscali, potrebbe essere ricollocato, all’interno di un ruolo riconosciuto ed esclusivo, con la certificazione obbligatoria di bilanci e dichiarazioni dei redditi.
Infine un consiglio, da parte di chi opera sul campo, all’Agenzia delle entrate, per non commettere gli errori fatti con la fatturazione elettronica. Non è possibile un’entrata in vigore dello strumento “generalizzata” che preveda a partire da una certa data miliardi di transazioni con strumenti ancora da testare al 100%. Si rischia, così come oggi avviene con la fatturazione elettronica, al blocco dei dati e ai disagi che gli utenti devono pagare di tasca. Iniziativa intelligente quindi sarebbe l’entrata in vigore a scaglioni sulla base del fattore dimensionale dell’impresa.

Dott. Claudio Pucci

 

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